
Un karaoke fa un gruppo di amici. Racconto della navigazione integrata 2024
Porto Torres, Novembre 2024, siamo a metà della navigazione integrata, il periodo di navigazione congiunta tra i ragazzi e le ragazze che prendono parte al progetto “A Scuola Per Mare” e un piccolo gruppo di giovani con disabilità sensoriale o intellettivo relazionali. Insieme ai sei adolescenti destinatari di progetto, quest’anno a bordo ci sono alcuni ragazzi non vedenti o ipo-vedenti. I naviganti decidono di scendere a terra per prendere un gelato. Da un locale poco lontano arrivano le note di “Generale”, la famosa canzone di De Gregori. Mattia, uno dei nuovi arrivati, si emoziona, si blocca, non sa che fare: è una delle canzoni che cantava col padre, venuto a mancare alcuni anni fa. È a bordo da pochi giorni ed ha già legato con alcuni compagni, che gli chiedono “vuoi che entriamo?” Risponde “sì, per favore” e da lì un karaoke diventa l’occasione per fare amicizia “Abbiamo cantato assieme e poi il proprietario del negozio ci ha messo la musica per ballare, abbiamo iniziato a ridere e scherzare assieme e sembravamo un normalissimo gruppo di amici” spiega Mattia.
Quel gruppo di amici, però, non è sempre esistito. La serata a Porto Torres è l’inizio di un’avventura condivisa e oggi, settimane dopo la fine dell’esperienza, Danka, una delle ragazze di A Scuola per Mare, non ha dubbi:
È grazie ai ragazzi non vedenti che siamo diventati un gruppo.”

La creazione di relazioni solide e proficue in barca non è un dato scontato. Antonio, alla sua prima esperienza come comandante con I Tetragonauti, racconta i suoi timori: “Io stesso quando sono arrivato ero preoccupato e mi sono chiesto come sarebbero andate le cose, infilarsi da estraneo in un gruppo già formato non è mai facile. Invece i ragazzi non vedenti hanno portato a bordo un’energia e un’umanità straordinaria e questo ha combaciato con le necessità delle persone che erano già in barca. Alla fine si sono create delle sintonie specifiche tra più persone, ma mai escludenti nei confronti degli altri.”
Mattia, ragazzo non vedente alla sua quarta esperienza con I Tetragonauti, seconda nel corso del progetto “A Scuola per Mare”, spiega che per loro che arrivano “da fuori” è indubbiamente molto bello il fatto di trascorrere del tempo in barca a vela, ma si mette nei panni dei ragazzi che stanno già a bordo, che sono a metà navigazione, e sa che non è detto che apprezzino la loro presenza: “Noi saliamo quando loro stanno già facendo un percorso di cambiamento lontano da amici e familiari, hanno delle regole da rispettare, mentre noi abbiamo, per esempio, sempre il telefono a disposizione. Potrebbero provare risentimento nei nostri confronti”.
D’altro lato, i sei ragazzi che partecipavano al progetto non si erano mai relazionati in maniera così assidua con persone non vedenti ed erano intimoriti dalle diversità. Dopo pochissimo, però, hanno dovuto ricredersi sul loro giudizio. Uno di loro racconta:
quando li ho visti per la prima volta ho pensato ‘questi qua non sapranno fare niente e dovremmo fare tutto noi’, invece non è stato assolutamente vero… anzi, li abbiamo aiutati a camminare sulle rocce, ma penso che abbiano aiutato più loro a me in quei cinque giorni, che io loro!”




Alcuni momenti di “gioco” sulle diversità, il corso di rianimazione polmonare organizzato per la prima dalla nostra volontaria Daniela anche per ragazzi non vedenti e un momento di trekking a terra
Ognuno sale in barca con la sua storia e le sue difficoltà, ma supportare l’altro e accettare l’aiuto altrui è la chiave di volta per vivere bene l’esperienza. Andrea, un giovane uomo con problemi alla vista che aveva già partecipato lo scorso anno alla navigazione integrata, ricorda che era ritornato a casa con un problema di pressione agli occhi dovuta alla troppa luce in mare aperto:
“la gestione della luce d’estate era diventata una preoccupazione costante e per questo quando mi è stato chiesto di tornare in barca quest’anno ho pensato ‘non posso dire di no, devo chiudere il cerchio e superare questa cosa’. Non vi nascondo che i primi due giorni ero un po’ in difficoltà, mi volevo esporre alla luce per abituarmi, ma allo stesso tempo avevo l’ansia. Ho apprezzato molto che il gruppo dei ragazzi non lo ha dato molto a vedere, mi hanno accolto nonostante io non stessi proprio in formissima e grazie a questa esperienza mi sono riappropriato del mare.”
Come spiega Mattia la vita in barca mette a dura prova, è un ambiente relativamente piccolo e ti “obbliga ad ascoltare e comunicare”. Se a lui hanno colpito i racconti di cambiamento personale alla fine dell’esperienza dei ragazzi che hanno partecipato a “A Scuola per Mare”(link) dovute alle loro difficoltà di socializzazione, Giovanni al contempo racconta: “alcuni dei ragazzi non vedenti mi hanno raccontato le loro storie e sono abbastanza toste. Ho capito che i problemi della vita certe volte non sono davvero problemi, li creiamo noi, ringrazio di averli incontrati e di averlo capito.”
Antonio, osservatore esterno di questi legami che si andavano creando, ci tiene a ricordare che il gruppo che si è creato non era un gruppo unitario e monolitico Alcuni eventi hanno fatto sì che l’umore a bordo fosse positivo e proprio grazie ad una sua intuizione tutti hanno potuto collezionare uno dei ricordi più belli.

C’è stata questa giornata particolarmente tranquilla, molto poco ventosa, e navigare senza poter sentire il vento per una persona non vedente può essere complicato. Uno dei ragazzi non vedenti mi ha spiegato che un’applicazione poteva supportarli nel far fronte a questa difficoltà e così ho pensato ‘ma perché non farlo fare ad una persona?”
La Lady Lauren, la barca dei Tetragonauti, si trovava all’imboccatura del temuto Stretto dei Fornelli, un canale tra Asinara e Isola Piana, rinomata per la difficoltà di attraversamento, ma Antonio ha pensato che con un po’ di organizzazione sarebbe stato possibile organizzare un gioco collaborativo. Ha chiesto all’ educatrice e alle volontaria a bordo di posizionarsi in una posizione strategica per avere una buona visuale sulla rotta e ha formato delle coppie tra ragazzi vedenti e non vedenti: il primo aveva il compito di guardare la bussola, leggere i gradi e comunicare la rotta e il secondo, invece, tenere il timore. Andrea, che si è trovato a sostituire un’app con un’amica, conclude:
Read Moreè stato molto figo! In realtà abbiamo fatto tutto molto in sicurezza, ma c’era tensione da parte di tutti, è calato il silenzio ed eravamo concentratissimi perché insomma, potevamo anche sbagliare! Invece l’abbiamo portata a casa, abbiamo acquisito fiducia e siamo diventati un vero gruppo, un vero equipaggio.”

Erasmus + e volontariato internazionale: venti multiculturali portano le vele de I Tetragonauti!
Andar per mare significa considerare l’orizzonte come l’unico limite geografico, al punto da dimenticarsi a volte dei confini nazionali. In mare aperto le uniche barriere sono quelle mentali, le differenze culturali si attenuano e la solidarietà è lo strumento di convivenza quotidiana per abbatterle.”

Da questa consapevolezza nasce l’idea di rendere la Lady Lauren un ambiente previlegiato per l’incontro di ragazzi e ragazze provenienti da più paesi e da più culture! Per questo in ben due occasioni questa estate la nostra barca è diventata un #meltingpot dinamico e vivace in cui le storie di ciascun membro dell’equipaggio si sono intrecciate in un’unica narrazione multiculturale.
Dal 26 giugno al 2 luglio nove tra ragazze e ragazzi, cechi, turchi e spagnoli hanno preso parte ad un campo di volontariato internazionale in barca a vela promosso dalla sede di Ferrara dell’associazione di volontariato internazionale IBO.
Tra le attività di volontariato previste – nel quadro del progetto “Back to Life”, organizzato in partnership con l’acquario di Genova – c’erano la pulizia delle spiagge e dei sentieri e la raccolta della plastica in mare. Nel corso della settimana i ragazzi e le ragazze partecipanti si sono adoperati energicamente nella raccolta dei rifiuti e hanno così avuto modo di apprezzare la costa Elbana. Simone, nostro educatore, racconta:
Abbiamo organizzato un laboratorio per sperimentare la progettazione di metodi di prevenzione e di pulizia degli oceani ed è rassicurante vedere come la protezione dell’ambiente fosse intrinseca in loro. Al di là del loro luogo di origine hanno tutti provato a proiettarsi in un futuro come decisori e parte di un cambiamento attivo.
Nel corso dell’esperienza non sono mancate né le esperienze formative, come l’opportunità di apprendere le tecniche base della navigazione, della nomenclatura marinaresca e della meteorologia, né i momenti dedicati al divertimento, come l’avvistamento dei cetacei e le prove di snorkeling.



L’avventura più bella, però, ci spiega Simone, è stata andare alla scoperta di luoghi nuovi e meravigliosi aiutandosi a vicenda nonostante le diverse nazionalità.
È stato bello vedere come la conoscenza reciproca si sia costruita cantando canzoni in italiano e in spagnolo, sia passata dall’augurarsi ‘buon appetito in greco o attraverso la scoperta di nuove parole – come “mayak”, che in ceco significa faro – e si sia infine consolidata con una colazione condivisa con un piatto turco a base di uova, formaggio, olive e pomodori!”


Forti di quest’iniziativa dedicata alla multiculturalità, dopo due giorni in ostello San Vincenzo per conoscersi, sabato 6 Luglio un nuovo gruppo internazionale ha preso il largo per fare un’esperienza simile. Il progetto Erasmus +KAI “Sailing Exchanges”, è durato in totale una settimana ed è stato possibile grazie al cofinanziamento dell’Unione Europea e alla collaborazione de I Tetragonauti con l’ente capofila francese Cap à Cité e lo spagnolo La Vibria Intercultural.


Ogni associazione ha selezionato dal paese d’origine nove adolescenti, per un totale di 27 ragazzi dai 13 ai 17 anni, italiani, francesi e spagnoli… ma non solo! Grazie alla solidarietà delle altre famiglie dei ragazzi iscritti, nel gruppo italiano erano infatti presenti anche due minori non accompagnati che vivono in comunità originari dell’India e dell’Egitto! I partecipanti si sono imbarcati su tre diverse barche a vela, ma i membri dei tre equipaggi si sono alternati a rotazione cambiando imbarcazione di giorno in giorno. Agnese, l’educatrice a bordo, ne spiega il motivo:
Così facendo tutti hanno avuto la possibilità di entrare in contatto con tutti e passare del tempo con coetanei di nazionalità diverse. Ogni barca è diventata ogni giorno ‘una piccola Unione Europea’, dove si cercava una lingua comune per comunicare e si aveva modo di conoscere attraverso il cibo e le canzoni tradizionali il Paese dei compagni di viaggio”.


Ancora una volta, nel corso dei giorni trascorsi in mare, i ragazzi e le ragazze a bordo si sono confrontati con i coetanei provenienti da nazioni diverse, decostruendo stereotipi e discriminazioni, scoprendo come la libertà del mare aiuta ad esplorare nuovi modi di pensare e di relazionarsi e trasformando l’atto di navigare in un viaggio verso l’inclusione e l’armonia tra le diverse culture!


Libere dal cibo e #disancorate in barca a vela!
Perché metto l’olio? Perché mangio la pasta?”


Potrebbero sembrare domande scontate, ma sono domande che per una ragazza che soffre di disturbi del comportamento alimentare possono significare molto. Inizia così il racconto del progetto #disancorate sui canali social dell’associazione Food For Mind, con cui dal 7 al 9 giugno abbiamo organizzato una navigazione in barca a vela per alcune ragazze con diagnosi di disturbo alimentare.
Emanuela Apicella, psichiatra e membro del team multidisciplinare che ha immaginato e realizzato il progetto assieme a I Tetragonauti, racconta che la proposta voleva essere un modo per coinvolgere le ragazze in un contesto di cura fuori dall’ordinario. Per lei, la psicoterapeuta e la nutrizionista presenti a bordo, abituate a incontrare le ragazze/pazienti in ambulatorio, la barca e il mare hanno rappresentato un setting ricco e stimolante, dove per le pazienti è stato possibile stringere legami e indurre riflessioni per lo sviluppo di una consapevolezza rispetto al rapporto con il proprio corpo.
“Ci siamo messe tutte in costume e quasi tutte abbiamo fatto il bagno, ma soprattutto abbiamo cucinato insieme e abbiamo mangiato in un clima di grande leggerezza. È stata una cosa che mi ha stupito e mi ha davvero sconvolto positivamente, perché con le colleghe all’inizio pensavamo che ci sarebbe stata una grande difficoltà rispetto al cibo. Invece alcune ragazze hanno detto che il momento dei pasti era sembrato loro quasi una festa e che avrebbero apprezzato che anche a casa con la famiglia mangiare potesse avvenire in un momento di così tanta allegria.”
Fuori dalle dinamiche della quotidianità, i due giorni in barca a vela si sono rivelati essere una circostanza di profondo valore umano e affettivo, sia per le pazienti, che per le terapeute.
Il tempo in barca a vela si dilata e un weekend mi è sembrato in realtà essere molto più lungo, ho imparato così tante cose che sono tornata a casa rincuorata! Per le ragazze, poi, svegliarsi la mattina e avere a che fare con questo cibo maneggiato, consumato e addirittura gustato assieme agli altri, anche insieme ai terapeuti, in un contesto così diverso, è stato sicuramente molto significativo. È stata un’esperienza di una potenza così forte che può superare un anno di terapia in studio.”
Se a casa, per queste ragazze, il cibo è spesso solo “cibo ‘cattivo’, olio, grassi e calorie che fanno ingrassare” in barca – racconta la dottoressa Apicella – il cibo è diventato legame e condivisione. Alcune di loro si sono anche rincontrate a Milano, dopo la fine del progetto, perché per la prima volta forse si sono trovate ad essere finalmente libere, seppur disancorate.
Il disturbo mentale in generale e il disturbo del comportamento alimentare nello specifico permettono il verificarsi di una condizione cui si ci sente un po’ dissociate dalla realtà, un po’ disancorate, appunto. Sono molti i momenti in cui queste ragazze possono sentirsi disancorate, in maniera negativa, nelle onde del mare tempestoso della vita,” spiega la dottoressa.

Il titolo del progetto, #disancorate, nasce invece dal desiderio del team di Food for Mind e de I Tetragonauti di dare finalmente un’accezione positiva a questo termine, incentivando le pazienti a mollare gli ormeggi pesanti che le lasciano paralizzate, accogliere la libertà e andare dove desiderano, con il timone saldo tra le mani e lo sguardo all’orizzonte. #Disancorate è stato un progetto finalizzato alla creazione di legami senza lacci che stringono, per curarsi e avere cura.
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Il mare dove inizia? Un progetto con One Ocean Foundation

Queste è una delle domande a cui le ragazze del laboratorio giovani di Rozzano hanno cercato di rispondere su Lady Lauren. Salite a bordo dal 20 al 26 Giugno grazie al sostegno di One Ocean Foundation e alla collaborazione con Fondazione Don Gino Rigoldi, le otto “LadieSailors” – così hanno deciso di chiamarsi – si sono messe alla prova riflettendo su sé stesse e sul proprio ruolo nel mondo.
Agnese, una delle nostre educatrici a bordo, ci ha riportato le reazioni delle nostre naviganti quando ha iniziato a parlare loro di rifiuti e riciclo. Alcune ragazze le hanno raccontato che a Rozzano, da dove provenivano, di solito non fanno la raccolta differenziata, “mettono tutto in unico sacco, perché è più semplice”. Altre ragazze, invece, si sono chieste come una piccola goccia possa fare la differenza in mezzo ad un mare di rifiuti.
È difficile immaginare che un mozzicone di sigaretta gettato in un tombino a Rozzano possa avere delle ripercussioni sul mare in cui stavamo navigando. – spiega Agnese – Inizialmente erano un po’ incredule, mi chiedevamo ‘ma quindi il mare inizia dai tombini di Rozzano? E le nostre azioni possono davvero cambiare qualcosa?’”
Tuttavia, parlare del riutilizzo e del riciclo le ha fatte riflettere e alla fine dell’esperienza le Ladie Sailors sembravano più convinte della loro impronta nel mondo. Mano a mano che navigavano sono state le stesse Ladie Sailors che hanno iniziato a scorgere un bel po’ di plastica in mare e, indignate, hanno chiesto di cambiare rotta per poterla raccogliere con il retino.
“Ma come facciamo a spiegare l’importanza di queste cose ai nostri genitori?” si chiedevano ancora le ragazze a bordo.
Grazie ai video ed i dépliant di One Ocean Foundation, che ha permesso lo svolgersi dell’iniziativa, questa trasmissione di conoscenze per Agnese è sembrata essere più semplice.
Ognuna di loro si è portata a casa la Charta Smeralda, c’è chi ha detto che l’attaccherà sul frigo di casa e chi addirittura vuole portarla all’esame per parlarne con la professoressa di scienze. Forse è proprio questo il passo fondamentale che guida la nostra missione: coinvolgere le nuove generazioni, dare un ruolo ed un’importanza ad ognuno di loro, fargli capire che il futuro è davvero nelle loro mani, nelle loro scelte.”

Buon Vento! Un nuovo progetto in partenariato per educare per mare
È iniziato i primi di maggio il progetto “Buon Vento”, parzialmente finanziato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali per attività educative e di formazione rivolte a minori con disabilità cognitiva o motoria o giovani provenienti dal circuito penale minorile. Il progetto, che avrà durata di 18 mesi, ci vedrà coinvolti come capofila a fianco di altri sette enti partner:
- l’Associazione Scugnizzi a vela ODV (di Napoli),
- Salpiamo APS-ETS (di Taranto),
- l’Unione Italiana vela solidale APS – ETS (di Frascati),
- Gv3 – A Gonfie Vele verso la vita – APS SD – ETS (di Brindisi)
- il Centro Koros APS-ETS (di Catania),
- l’Associazione Banco Alimentare Toscana DV – ETS,
- La Nave di Carta APS (di La Spezia).
Le attività programmate da I Tetragonauti APS saranno di varia natura e suddivise all’interno di un modulo breve, un modulo medio e un modulo lungo di navigazione. In totale, saranno organizzati in un anno 13 incontri pre imbarco, 24 post imbarco e quasi 130 giorni di navigazione. Un totale di 46 ragazze e ragazzi beneficerà dell’esperienza proposta.
Tra le attività più complesse, un periodo di navigazione di 100 giorni permetterà a otto minori che si trovano in situazioni di fragilità e povertà educativa di intraprendere un percorso di crescita individuale. Durante 10 giorni, verranno inoltre accompagnati nell’esperienza della vita comunitaria in barca da 4 persone affette da disabilità.
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Buon Vento! Un nuovo progetto in partenariato per educare per mare
È iniziato i primi di maggio il progetto “Buon Vento”, parzialmente finanziato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali per attività educative e di formazione rivolte a minori con disabilità cognitiva o motoria o giovani provenienti dal circuito penale minorile. Il progetto, che avrà durata di 18 mesi, ci vedrà coinvolti come capofila a fianco di altri sette enti partner:
- l’Associazione Scugnizzi a vela ODV (di Napoli),
- Salpiamo APS-ETS (di Taranto),
- l’Unione Italiana vela solidale APS – ETS (di Frascati),
- Gv3 – A Gonfie Vele verso la vita – APS SD – ETS (di Brindisi)
- il Centro Koros APS-ETS (di Catania),
- l’Associazione Banco Alimentare Toscana DV – ETS,
- La Nave di Carta APS (di La Spezia).
Le attività programmate da I Tetragonauti APS saranno di varia natura e suddivise all’interno di un modulo breve, un modulo medio e un modulo lungo di navigazione. In totale, saranno organizzati in un anno 13 incontri pre imbarco, 24 post imbarco e quasi 130 giorni di navigazione. Un totale di 46 ragazze e ragazzi beneficerà dell’esperienza proposta.
Tra le attività più complesse, un periodo di navigazione di 100 giorni permetterà a otto minori che si trovano in situazioni di fragilità e povertà educativa di intraprendere un percorso di crescita individuale. Durante 10 giorni, verranno inoltre accompagnati nell’esperienza della vita comunitaria in barca da 4 persone affette da disabilità.
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Adolescenti e Pandemia. Come “A scuola per mare” si sta adattando alle nuove esigenze dei giovani
Nuove fragilità, nuovi bisogni. Anche il progetto “A Scuola per Mare” avverte il cambiamento che sta interessando gli adolescenti reduci dal biennio di isolamento sociale obbligato e di prolungata didattica a distanza. L’esperienza del modulo primaverile ha messo in evidenza una serie di particolari fragilità dei ragazzi esplose durante il periodo di navigazione. Un contesto nuovo che richiama la necessità di re-orientare l’offerta educativa del progetto per meglio rispondere alle esigenze che sono emerse.
Ne abbiamo parlato con Gabriele Gaudenzi, responsabile di A Scuola per Mare?
Qual è la realtà che avete incontrato in barca?
Ci stiamo confrontando con un mondo che non è quello pre pandemia, che non è quello del 2018 quando abbiamo scritto il nostro progetto. Ovviamente non è una valutazione solo nostra, è ciò che ha constatato la generalità degli attori – penso alle realtà del Terzo Settore ma anche alle istituzioni pubbliche – che hanno la mission di lavorare con i ragazzi. Ci si trova di fronte persone che portano i segni di una dimensione di fatica e sofferenza diversa da quella che era solo tre anni fa.
Qual è stato il momento più difficile durante l’ultima navigazione?
La gestione del gruppo è stata complessa praticamente sin dalla fase di avvio. Di momenti difficili purtroppo ce ne sono stati diversi. In generale possiamo dire che abbiamo avvertito subito quanto i ragazzi facessero fatica a stare in equilibrio. Abbiamo assistito a crisi di rabbia, autolesionismo. Per fortuna non ci sono state situazioni gravi, ma non è stato semplice affrontare nel migliore dei modi questi scoppi di violenza.
C’è una relazione tra queste situazioni di disagio e l’esperienza della Pandemia?
Non ho elementi scientifici, ovviamente, per stabilire un rapporto diretto di causa-effetto tra la Pandemia e la situazione dei ragazzi. Certo, credo che il contesto abbia in generale amplificato il disagio e la sofferenza. Qualcosa evidentemente è cambiato e anche noi, come educatori, abbiamo la responsabilità di attrezzarci nel migliore dei modi per affrontare questa realtà.
Cosa è possibile fare per far sì che il progetto affronti in modo efficace la nuova situazione?
Intanto, vorrei sottolineare quanto il radicamento del progetto in cinque diverse regioni, sia stato uno strumento utile alla lettura del periodo che stiamo attraversando. Abbiamo compreso che i problemi e le difficoltà dei ragazzi sono comuni a tutti territori in cui operiamo, dal Nord al Sud. Quale la direzione in cui riorientare il progetto? Stiamo lavorando per potenziare la presenza educativa. Nelle settimane appena trascorse ci siamo trovati a dover gestire situazioni nuove, ad esempio la necessità da parte di alcuni ragazzi di assumere quotidiane terapie per il controllo dell’umore oppure tutte le problematiche connesse ad un uso importante di sostanze stupefacenti o alcol. Come educatori ci siamo rimboccati le maniche, abbiamo cercato di acquisire ulteriori competenze ed esperienze; ci sarà un ancora maggiore coinvolgimento sia all’interno del progetto che con i servizi di provenienza dei ragazzi, di professionalità specifiche (pedagogisti, psicoterapeuti, counselor) proprio per garantire una completezza di risposte che sia la più efficace possibile per affrontare le singole difficoltà.
Il tema quindi è fornire agli educatori nuove competenze?
Gli educatori devono acquisire competenze ma anche più semplicemente esperienza. Non è pensabile che gli educatori diventino tuttologi, ma la loro professionalità può certo arricchirsi. E’ importante rendersi conto che talvolta non è sufficiente un intervento educativo per affrontare fragilità psicologiche che possono avere un’origine profonda e complessa ed allora è bene avere l’umiltà di chiedere appoggio e collaborazione a figure professionali specifiche. Non è un caso se alcune attività del progetto stanno acquisendo un peso via via maggiore, penso ad esempio al percorso sulla narrazione iniziato con Bianca Borriello e Stefano D’Andrea, o agli interventi sulla comunicazione emotiva della pedagogista Nicoletta Sensi, che ci segue da molti anni e ci ha aiutato nella stessa scrittura del progetto. Ci aiuta molto anche lavorare in rapporto strettissimo con i servizi invianti che hanno in carico i ragazzi. E poi c’è l’équipe educativa, composta non solo degli operatori di bordo ma anche da quelli di terra afferenti ai diversi partner territoriali, tra i quali, per fortuna, possiamo contare su competenze diverse e molto forti: psicologi, counselor, insegnanti, …. Tra queste , molto preziosa nell’ultimo modulo è la figura di psicoterapeuta Francesca Andreozzi, non a caso più presente a bordo negli ultimi mesi rispetto al passato, che stiamo valutando di attivare come figura fissa di psicoterapeuta di bordo nelle situazioni in cui è necessario un intervento maggiore.
Tiriamo le somme per i ragazzi che hanno completato la navigazione?
Ognuno di loro ha vissuto l’esperienza dei 100 giorni in mare con modalità diverse, devo dire che abbiamo ottenuto per tutti dei risultati interessanti. E ritengo che ognuno di loro oggi, al termine del viaggio, sia molto più consapevole di sé e abbia molti più strumenti per riorientare il proprio futuro. Non è stata un’esperienza semplice, per loro è stata però l’occasione per guardarsi dentro, scoprire parti di sé che non conoscevano e credo che da qui si debba partire per proseguire il lavoro a terra che è parte fondamentale del nostro progetto.
E quelli che hanno lasciato prima dei cento giorni?
I ragazzi che hanno abbandonato la navigazione sono tuttora seguiti dagli educatori nei territori. Abbiamo interrotto la relazione solo con uno di loro perché, d’accordo con lui, la famiglia e i servizi invianti, si è valutato un percorso diverso.
E’ possibile un primo parziale bilancio dell’attività educativa?
I risultati, fino ad ora, sono stati positivi. Devo dire che noi, in barca, abbiamo fatto un pezzo, ma non posso non evidenziare il lavoro nel pre e post navigazione, svolto dagli educatori territoriali che hanno accompagnato i ragazzi anche molto oltre i termini stabiliti dal progetto. I feedback che ci stanno arrivando sono incoraggianti, un quadro più sistematico ce lo avremo quando sarà ultimato il lavoro in corso per la valutazione di impatto a medio-lungo termine che fa capo all’Università di Sassari.
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I Tetragonauti e A scuola per mare aderiscono a Settimana Viva!
Quali sono i segnali che indicano quando una persona si trova in uno stato di sospetto arresto cardiaco? Come posso soccorrerla? Come effettuare la rianimazione cardiopolmonare e come utilizzare il defibrillatore?
Sono solo alcuni dei quesiti su cui si focalizzerà il corso di primo soccorso che Daniela Carmignani, operatore di IRC (Italian Resuscitation Council) terrà ai ragazzi del modulo autunnale di A Scuola per Mare. Tre giorni di full immersion – dal 13 al 16 ottobre – che cadono in concomitanza con la Viva!, la Settimana per la Rianimazione Cardiopolmonare. IRC è una associazione scientifica senza scopo di lucro che conduce da anni un’intensa opera di formazione sotto l’egida dell’European Resuscitation Council (ERC).
L’esperienza a bordo di Lady Lauren viene riproposta sulla scorta dei positivi riscontri ottenuti in primavera con il precedente gruppo di ragazzi. “L’obiettivo – spiega Daniela, da molti anni volontaria dell’Aps I Tetragonauti – è trasmettere loro le competenze di base necessarie in un’eventuale situazione di emergenza”. Daniela si imbarcherà mercoledì 13 ottobre a La Spezia, poi la navigazione verso Livorno e l’Isola d’Elba.
Il tema è di particolare rilievo. Ogni anno in Europa 400.000 persone sono colpite da arresto cardiaco improvviso: molte di queste potrebbero essere salvate se chi è loro vicino fosse in grado di soccorrerle tempestivamente con manovre semplici da eseguire. Per questo motivo, il 14 giugno 2012 il Parlamento europeo ha invitato gli Stati membri a realizzare iniziative che aiutino tutti i cittadini e gli operatori sanitari a saperne di più su come soccorre una persona che abbia un arresto cardiaco improvviso. Da allora è stato istituito un giorno dedicato alla Rianimazione Cardiopolmonare che cade ogni 16 ottobre e Viva! è la settimana che lo contiene.
Ognuno di noi può salvare una vita. Il messaggio è stato rafforzato dalla legge sui defibrillatori automatici esterni (DAE) approvata lo scorso 28 luglio che, tra le principali novità, prevede l’obbligo dell’introduzione a scuola dell’insegnamento delle manovre di rianimazione cardiopolmonare, l’obbligo per le società sportive professionistiche e dilettantistiche di dotarsi di defibrillatori, uno stanziamento di 10 milioni di euro per la diffusione nei prossimi cinque anni dei DAE in luoghi molto frequentati come aeroporti, stazioni ferroviarie, porti, scuole e università e sui mezzi di trasporto (aerei, treni, navi).
Formare gli operatori sanitari ma anche le persone comuni è fondamentale: se una persona in arresto cardiaco viene soccorso entro due minuti, la sua probabilità di sopravvivenza raddoppia o triplica.
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Bene comune, giustizia sociale, legalità: le giornate speciali all’Asinara e il ricordo di Pippo Fava
C’è bisogno di tempo per fare decantare queste giornate così intense a bordo della Lady Lauren insieme ai ragazzi del modulo autunnale di A scuola per mare. Siamo stati al Parco Nazionale dell’Asinara – Area Marina Protetta , abbiamo avuto modo di osservare questa splendida isola, di conoscerla e apprezzarla sia in superficie che sott’acqua. Durante le escursioni con Shardana escursioni Asinara abbiamo ascoltato la sua storia passata e abbiamo vissuto il suo presente, fatto di natura. La bellezza di un luogo dipende da quanto ci impegniamo a rispettarlo e tutelarlo, da quanto riusciamo a considerarlo casa nostra, da come ce ne prendiamo cura. E questo ambiente così selvaggio, essenziale, ma allo stesso tempo accogliente, è stato il contesto ideale per confrontarci, per stare in contatto con noi stessi, riconoscere l’altro e provare a metterci in relazione. Ci siamo affidati l’uno all’altro durante le immersioni, ed è quasi venuto naturale poi provare a sperimentarlo anche fuori. Insieme alla Fondazione Giuseppe Fava abbiamo parlato di Pippo Fava, abbiamo visto il film #primachelanotte, che racconta l’esperienza del giornale del Sud e de I Siciliani, e partendo dalla storia del giornalista ucciso dalla mafia abbiamo riflettuto sul senso di lottare per i valori in cui si crede e sull’importanza di non essere soli a farlo. Abbiamo parlato di lotta alla mafia, di bene comune, di giustizia sociale e di legalità. Abbiamo incontrato anche i Ladri di Carrozzelle , ascoltato il loro concerto a Sorso, scoperto la potenza dell’autoironia e che ci sono altri modi di approcciarsi alla disabilità. È stato un momento di incontro con i colleghi degli altri territori, che hanno rivisto i ragazzi dopo un mese, e anche un ritrovarsi in carne e ossa, sguardi e abbracci, tra “compagni di viaggio”. Un viaggio ci porta a vivere le esperienze con tutti i sensi e nel qui ed ora, ma anche a portarci dietro le sensazioni che hanno bisogno di più tempo per essere assimilate, comprese, fatte proprie. Gli stimoli sono stati tantissimi, e sono certa che a bordo avranno modo di riprenderli. E mentre io sono in viaggio per rientrare a casa, il nostro equipaggio è di nuovo in viaggio verso la prossima destinazione.
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Lezioni e viaggio: A Scuola per Mare naviga anche per terra. A Monza il concerto dei Ladri di Carrozzelle
Un serata speciale nel segno dell’amicizia, della fiducia, della condivisione. Il progetto A Scuola per Mare organizza un concerto con i Ladri di Carrozzelle, storica band nata nell’estate del 1989 nell’ambito di un’attività laboratoriale della Cooperativa Arcobaleno di Frascati che coinvolge una ventina di persone con diversi tipi di disabilità.
Venerdì 8 ottobre, i Ladri di Carrozzelle si esibiranno alle 20.30 al Teatro Villoresi in piazza Carrobiolo 6 a Monza. La partecipazione allo spettacolo è gratuita sino al raggiungimento dei posti disponibili nel rispetto delle norme anti Covid (si accede con il Green pass, prenotazione obbligatoria al numero 039 323954 o via email a concerto.avita@gmail.com). L’iniziativa è promossa con il patrocinio del Comune di Monza.
I Ladri di Carrozzelle nei loro concerti propongono un genere musicale originale, lo SBROCK, e attraverso la loro leggerezza, l’ottimismo e il buonumore tentano di sensibilizzare gli spettatori sui temi della disabilitò e dell’inclusione.
Alla giornata parteciperà anche il gruppo dei dieci ragazzi coinvolti nell’esperienza del “modulo territoriale” promosso a Monza dall’Associazione Antonia Vita Carrobiolo nell’ambito di A Scuola per Mare, progetto nazionale che coinvolge cinque regioni (Sicilia, Lazio, Lombardia, Sardegna, Campania) e che ha come focus gli adolescenti, di entrambi i sessi che incontrano difficoltà a completare il ciclo di studi.
La sfida è quella di offrire ai ragazzi, tutti tra i 14 e i 18 anni di età ed a rischio dispersione scolastica, un’occasione di rimotivazione e riorientamento. Il progetto prevede sei mesi di attività, da gennaio a giugno. In collaborazione con le scuole del territorio e le famiglie, viene definito un percorso didattico personalizzato che si sviluppa attraverso lezioni quotidiane nella sede del Carrobiolo. Accanto ai ragazzi è impegnata un èquipe di quattro educatori coordinata da Alessandra Bulzomì; prezioso il contributo di quaranta docenti-volontari. All’interno del “modulo territoriale” è prevista un’esperienza di viaggio di 40 giorni, per mare e per terra (navigazione in barca a vela ma anche trekking in montagna).
“I risultati ottenuti – dice Simona Ravizza, direttrice dell’Associazione Antonia Vita Carrobiolo – ci indicano quanto sia efficace, dal punto di vista educativo, la componente esperienzale. Fare in prima persona, verificare su di sé ciò che si apprende è uno straordinario strumento per trovare fiducia in se stessi, acquisire punti di riferimento rispetto al proprio percorso di crescita”.
Il “modulo territoriale” di A Scuola per Mare ha potuto svilupparsi sulla scorta dell’esperienza e delle relazioni con le scuole del territorio sviluppate nell’arco di oltre vent’anni di attività dall’Associazione Antonia Vita che, al Carrobiolo di Monza, ha realizzato un vero e proprio centro educativo in grado oggi di mettere in campo un’offerta articolata che, nei diversi servizi, coinvolge circa 150 ragazzi. L’associazione monzese è una riconosciuta eccellenza nel campo del contrasto alla dispersione scolastica e il modello della scuola popolare, finalizzato al conseguimento del diploma di licenza media inferiore, è al centro di un progetto di ricerca promosso dall’Università di Milano Bicocca.
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