
Da Rovigo a Monza, un percorso per scoprirci ibridi e generativi
Uno spazio non è solo un luogo geometricamente definito, ma un contenitore di significati molteplici e mutevoli, un palcoscenico per lo svilupparsi di esperienze condivise che diventano che storie e poi ricordi, un punto d’incontro tra passato e futuro, tra ciò che è visibile e ciò che è percepito, tra ciò che il mondo è e ciò che vorremmo che fosse. Con queste premesse l’estate scorsa abbiamo deciso di prender parte al progetto “Spazi Ibridi”, un’opportunità proposta dal Dipartimento FISPPA dell’Università di Padova come occasione di confronto, ricerca e definizione di possibili modelli di spazio ibrido per l’innovazione sociale. Ogni anno alcuni spazi di ibridazione socio-culturale vengono selezionati dal team proponente per partecipare ad un percorso di ricerca condivisa che si svolge in due fasi: durante un primo evento partecipativo, tenutosi in contemporanea presso ogni Spazio selezionato e, nel corso di un secondo incontro collettivo e conclusivo, organizzato presso uno degli Spazi Ibridi delle scorse edizioni, quest’anno a Rovigo.

La nostra candidatura nasce dalla percezione delle nostre barche come spazi ibridi “itineranti”; in quanto luoghi aperti di vita condivisa e quotidiana, offrono esperienze di socializzazione per individui afferenti ad identità multiple, così da favorire percorsi di crescita individuale, solidarietà sociale e contaminazioni tra diversità, idee e culture variegate. Sia la Lady che Inaê, le nostre barche, sono in tal senso spazi particolarmente innovativi, capaci di trasformarsi a seconda delle esigenze e di offrire, nell’ottica della condivisione reciproca che ci contraddistingue, spunti interessanti d’ibridazione educativa e socio-culturale.
Sabato 12 Ottobre ci siamo quindi riuniti – tra educatori, ex beneficiari, volontari e operatori di vario genere – per riflettere assieme su che cosa rende la nostra esperienza un successo e che cosa definisce la nostra ibridazione come spazio sociale. Per rappresentare il meticciamento e l’evoluzione costante che ci contraddistingue abbiamo pensato ad un limone, frutto della fusione tra un cedro e un arancio amaro e quindi sorto da due diversità, o alla rosa di Gerico, fiore affascinante per la sua capacità di “rinascere” dopo aver subito lunghi periodi di disidratazione, perché in condizioni di siccità la rosa di Gerico si arrotola su sé stessa e sembra morire, ma quando immersa in acqua torna in vita mostrando la sua forma fiorita.
Infine, dopo un dibattito che ci ha visto parlare di benessere come obiettivo o come presupposto dei nostri progetti, di connessioni, legami e relazioni umane e di adattabilità permanente ci siamo presentati al secondo incontro, a Rovigo, con un bel po’ di pasta! Un bel piatto di tagliatelle, simbolo della genuinità e del buon vivere, è infatti sempre pronto ad accogliere sughi tra i più disparati per dare nutrimento in forme fantasiose, ma è allo stesso tempo prodotto grazie ad elementi semplici ed essenziali che non siamo pronti a mettere in discussione. Proprio come un piatto di pasta siamo pronti all’incontro e al meticciamento con i partner e uscendone arricchiti e rinnovati possiamo “cucinare” un prodotto su misura di chi sale a bordo con noi, ma che questo sia una porzione di fusilli integrati, una manciata di noodles, un bel pugno di gnocchi di patate o un po’ di caserecce di farina di legumi poco importa: la nostra ibridazione non avrà perso per strada i valori che ci contraddistinguono e avrà generato benessere!


Quella pasta, assieme ad altri oggetti portati da vari spazi ibridi da tutta Italia e ad alcuni trovati all’Innovation Lab di Rovigo, il 24 e 25 Ottobre è diventata materiale di costruzione per dei totem simbolo di ibridazione e rigeneratività. Divisi in gruppi, a Rovigo abbiamo dibattuto con i colleghi che si occupano di educazione e socialità e costruito fisicamente dei simboli visivi di rinnovamento. Nel nostro totem assieme alla pasta c’erano oggetti portati da altri spazi come la lolla del riso, parte di scarto che diveniva simbolo di riciclo, i post it, strumento simpatico di comunicazione e un portachiavi costruito dai beneficiari di uno spazio e portato nel mondo a raccontare di uno spazio aperto. Poi, un po’ di frasche e un orsetto di peluche avvolto da un guanto volevano simboleggiare il territorio, dentro cui i nostri spazi sono posti, e il senso di protezione a cui va incontro chi li visita, mentre una tazza da caffè e un gomitolo di lana colorato erano il momento di convivialità, gli intrecci e le relazioni umane che li arricchiscono.


Un po’ frastornati dall’arricchimento di due giornate piene di significato, tornati a Monza abbiamo deciso di concludere questo percorso di ricerca, messa in discussione e ridefinizione dei nostri valori durante l’ultima Assemblea Soci del 2024, tenutasi a Monza sabato 30 Novembre grazie all’accoglienza dell’impresa sociale Il Carro. Al fine di progredire al meglio nella nostra collaborazione l’Assemblea hanno infatti partecipato anche Roberto, Presidente dell’impresa sociale Il Carro, e Simona, responsabilità delle attività educative.
Dopo un momento dedicato all’aggiornamento finanziario e un punto sui progetti passati e quelli avvenire questo ultimo incontro prima della fine dell’anno è stato l’occasione per salutarci, farci gli auguri di Natale e mangiare assieme focaccia, ricotta e panettone… ma anche ricordarci chi siamo, quale è la nostra strada di ibridazione e generatività e dove vogliamo andare!
Per raccontarvi meglio questa riflessione collettiva le parole emerse dalla nostra riflessione collettiva faranno parte del Tetra-Vocabolario, una rubrica che animerà i nostri social media a partire dal 2025. Seguiteci su Instagram e Facebook per non perdervi la nostra storia!

Le prime tre foto nella gallery che segue riguardano i totem degli altri gruppi a Rovigo, le ultime tre alcuni nostri soci durante l’attività di brainstorming nel corso dell’Assemblea dei Soci.
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Una newsletter per raccontarvi i viaggi “Fuori Rotta” de I Tetragonauti
Ciao Gabriele, 21 anni fa tu e Marco Spagna avete fondato i Tetragonauti. Come nacque quella decisione?
Nel 2003 facevo parte del Comitato Italiano Paralimpico e attraverso il mio lavoro mi dedicavo ai giovani con disabilità. Con Marco, che ha una storia personale di disabilità visiva, sognavamo di offrire a coloro di cui io già mi occupavo come educatore uno strumento per far fronte alla difficoltà della vita che fosse al tempo stesso efficace, entusiasmante, versatile e accogliente: una barca a vela! Così, grazie alla sua disponibilità, dal 2005 abbiamo avuto in gestione una barca meravigliosa con cui navigare, la Lady Lauren.”
I nostri progetti sono quindi rivolti a persone con disabilità?
Si, certo, ma non solo! Inizialmente portavamo a bordo due tipologie di persone: da una parte coloro che hanno una disabilità sensoriale, in particolare gli ipovedenti e i ciechi; dall’altra gruppi di adolescenti in difficoltà scolastica o sociale, a volte giovani autori di reato.
Sin da subito, però, abbiamo accolto un’idea di coprogettazione fatta di ascolto e desiderio di mettersi al servizio delle esigenze dei nostri interlocutori Già alla seconda stagione abbiamo incontrato anziani e associazioni di genitori di bambini con sindromi rare. Negli anni le associazioni partners e le comunità educative con cui abbiamo realizzato delle navigazioni si sono moltiplicate. Oggi ci contraddistingue una grande poliedricità, non abbiamo un progetto standard da offrire, lo costruiamo su misura con le organizzazioni con cui collaboriamo. La newsletter “Fuori Rotta”, che parte oggi e che uscirà una volta al mese, intende proprio narrare le storie di coloro che salgono a bordo e descrivere a chi ci segue i i cambiamenti quotidiani che ci riguardano.“
Se tu dovessi sintetizzare quali sono i più importanti tra questi cambiamenti avvenuti negli anni, quali citeresti?
Dal nostro primo viaggio in Sicilia diciannove anni fa, quando emozionati doppiavamo il capo di Portofino con i primi gruppi, ne sono successe davvero tante! Con la Lady, la nostra barca, abbiamo percorso più di 72.000 miglia, realizzato 175 progetti, di cui alcuni pluriennali, e così coinvolto circa 3500 persone e quasi 200 volontari, che rappresentano una risorsa indispensabile per I Tetragonauti!
Sicuramente ci siamo strutturati molto e offriamo servizi sempre più efficaci. Per i minori tra i 14 e i 18 anni segnalati dai Servizi Sociali o dai Centri per la Giustizia Minorile, per esempio, dal 2015 proponiamo l’esperienza della “Comunità Educativa Navigante – A Scuola per Mare”. È una navigazione lunga a cui prendono parte ragazzi di tutta Italia, che si incontrano due giorni prima di salpare e poi trascorrono 100 o 85 giorni lontani dal loro contesto d’appartenenza per scoprire parti di sé che non conoscevano, nuovi modi di stare e vivere insieme, regole e responsabilità, ambienti naturali marini e terresti… alla fine del viaggio si torna a terra e accompagnati dagli educatori si riprende la scuola o il lavoro, il 90% di coloro che partecipa al termine dell’esperienza riprende un percorso di formazione e dei partecipanti in messa alla prova giudiziaria l’80% la supera con successo. Per noi, come educatori, “A Scuola per Mare” richiede molto sforzo, ma crediamo nel valore di questa iniziativa e siamo fieri di aver ottenuto quest’anno l’autorizzazione al funzionamento come Unità d’Offerta Sperimentale dal comune di Monza e l’iscrizione all’albo delle Comunità educative del CGM Lombardia.“
Perché la newsletter che racconterà questi cambiamenti si chiama “Fuori Rotta”?
Quando abbiamo fondato i Tetragonauti io e Marco Spagna abbiamo pensato di proporre progetti in barca perché in barca avere l’orizzonte aperto viene facile. Quello che facciamo con i nostri progetti è dare un’opportunità alle persone di aprirsi al futuro, sperimentare il cambiamento, la possibilità di provare strade diverse, andare fuori rotta per definirne una nuova per la propria vita. Allo stesso tempo, sin dai primi progetti e dai primi viaggi anche a noi, nonostante tanta progettazione e lo sforzo dei nostri comandanti, è capitato di andare fuori rotta, gli immancabili imprevisti sono sempre dietro l’angolo e bisogna farci i conti. Ecco, forse uno dei primi e più grandi insegnamenti che i Tetragonauti ci indicano quotidianamente e che vogliamo trasmettere ai destinatari dei nostri progetti è proprio comprendere come ogni giorno ci può essere qualcosa che va diversamente dal previsto, ma che andare fuori rotta non è sempre negativo. Imparare a gestire i cambi di programma dovuti al tempo atmosferico, al mare, alla barca o alle questioni “terrestri” che ci raggiungono in mare ci può rafforzare e arricchire.”
Nella pratica come può un’esperienza in barca a vela con I Tetragonauti aiutare a trovare nuovamente la rotta?
Read MoreIl viaggio in mare diventa viaggio di cambiamento quando offre una possibilità pratica a chi sale a bordo di conoscere il mondo, conoscersi e conoscere altre persone. Le forti relazioni che si creano in barca sono secondo me un aspetto fondamentale, perché senza quei profondi rapporti umani non potremmo affrontare navigazioni così impegnative per ogni partecipante.
Inoltre, lo scambio interpersonale a volte ci sorprende! Per questo in molti progetti realizziamo navigazioni integrate tra persone apparentemente “diverse”: adolescenti e persone con disabilità, adolescenti e adulti, persone con diverse disabilità… vivere a bordo con compagni che ci sembrano differenti da noi ma di cui impariamo a riconoscere il valore, i sentimenti e le competenze è meraviglioso e permette di far accadere cose incredibili.”

La vela del Samaritano: un progetto per trascorrere del tempo felice!
Eccoci carichi per partire con questa nuova avventura! È il 20 settembre e con un fantastico pullman da gita scolastica partiamo da Codogno alla volta di Fezzano, in Liguria.”
L’avventura di cui scrive Giulio è il progetto “La vela del Samaritano”, nato in collaborazione con l’associazione Il Samaritano per offrire un momento di svago a pazienti o ex pazienti oncologici e ai loro care-givers. Ida, assieme al marito tra coloro che vi hanno preso parte, ricorda di essersi iscritta per curiosità, dopo il suggerimento della caposala del reparto di oncologia. Giulio, invece, rammenta il senso di gioia provocatigli dalla telefonata del suo dottore, quando, qualche mese fa, lo ha chiamato per proporgli questa vacanza.
L’intento della permanenza in barca, dal 20 al 23 settembre, era distogliere per alcuni giorni i partecipanti dalle problematiche relazionate con la malattia, fornendo loro un ambiente umano di scambio e accoglienza reciproca e un diversivo nelle attività quotidiane della vita in barca. Ida, su questo, si dice soddisfatta:
Io mi ero già predisposta che se fosse stato diversamente avrei cercato di gestire la cosa, ma eravamo tutti della stessa idea: trascorrere un tempo felice! Così abbiamo parlato poco o niente di quello che è il percorso della malattia, ma molto della barca, della compagnia delle persone e dei paesaggi che abbiamo visto.”




Oggi, tornati “a casa”, nell’attesa di rivedersi presto, tutti rammentano la tranquillità del comandante, il supporto prezioso delle due operatrici de I Tetragonauti e la magnifica atmosfera creatasi a bordo grazie al modo di essere unico di ogni partecipante. Per questo, tra i punti di forza dell’esperienza, che l’hanno resa così intensa, tutti citano il bel tempo di cui hanno goduto e la compagnia reciproca.
Anche oggi è una bella giornata di sole, ma non solo per il sole, anche perché siamo noi ad illuminarla con la nostra voglia di vivere” scriveva Giulio sul diario di bordo.





Nel corso dei giorni trascorsi in barca ogni momento è stato effettivamente un arricchimento: i pranzi all’aperto sul ponte, quando il comandante ha insegnato ai partecipanti prima ad issare le vele e poi a tenere il timone, quella volta che col gommone sono arrivati a Lerici in paese, i momenti in coperta a chiacchierare la sera, la ginnastica muscolare sul ponte al risveglio e il bagno a Porto Venere. Ida ammette che tutte queste attività l’hanno tenuta alquanto impegnata, ma ne è felice.
Pensate che io mi ero portata dietro due parole crociate per i momenti morti serali, ma di momenti serali di solitudine non ne abbiamo mai avuti! Ci siamo dimenticati del mondo fuori, i cellulari li usavamo giusto per la macchina fotografica. Soprattutto quando scendevamo a terra durante il giorno, la sera eravamo stanchissimi e non abbiamo il tempo di pensare a niente, perché eravamo sempre presi dall’essere insieme e dal fare qualcosa che fosse utile per il viaggio, anche cose banali come pulire la barca… Credo che sia un’esperienza che vale davvero la pena di essere vissuta, soprattutto per persone come noi, che ogni giorno sono costrette a vivere un po’ sul chi va là, barcamenandosi tra i controlli, per cui vivere la vita sembra quasi una novità.”
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Erasmus + e volontariato internazionale: venti multiculturali portano le vele de I Tetragonauti!
Andar per mare significa considerare l’orizzonte come l’unico limite geografico, al punto da dimenticarsi a volte dei confini nazionali. In mare aperto le uniche barriere sono quelle mentali, le differenze culturali si attenuano e la solidarietà è lo strumento di convivenza quotidiana per abbatterle.”

Da questa consapevolezza nasce l’idea di rendere la Lady Lauren un ambiente previlegiato per l’incontro di ragazzi e ragazze provenienti da più paesi e da più culture! Per questo in ben due occasioni questa estate la nostra barca è diventata un #meltingpot dinamico e vivace in cui le storie di ciascun membro dell’equipaggio si sono intrecciate in un’unica narrazione multiculturale.
Dal 26 giugno al 2 luglio nove tra ragazze e ragazzi, cechi, turchi e spagnoli hanno preso parte ad un campo di volontariato internazionale in barca a vela promosso dalla sede di Ferrara dell’associazione di volontariato internazionale IBO.
Tra le attività di volontariato previste – nel quadro del progetto “Back to Life”, organizzato in partnership con l’acquario di Genova – c’erano la pulizia delle spiagge e dei sentieri e la raccolta della plastica in mare. Nel corso della settimana i ragazzi e le ragazze partecipanti si sono adoperati energicamente nella raccolta dei rifiuti e hanno così avuto modo di apprezzare la costa Elbana. Simone, nostro educatore, racconta:
Abbiamo organizzato un laboratorio per sperimentare la progettazione di metodi di prevenzione e di pulizia degli oceani ed è rassicurante vedere come la protezione dell’ambiente fosse intrinseca in loro. Al di là del loro luogo di origine hanno tutti provato a proiettarsi in un futuro come decisori e parte di un cambiamento attivo.
Nel corso dell’esperienza non sono mancate né le esperienze formative, come l’opportunità di apprendere le tecniche base della navigazione, della nomenclatura marinaresca e della meteorologia, né i momenti dedicati al divertimento, come l’avvistamento dei cetacei e le prove di snorkeling.



L’avventura più bella, però, ci spiega Simone, è stata andare alla scoperta di luoghi nuovi e meravigliosi aiutandosi a vicenda nonostante le diverse nazionalità.
È stato bello vedere come la conoscenza reciproca si sia costruita cantando canzoni in italiano e in spagnolo, sia passata dall’augurarsi ‘buon appetito in greco o attraverso la scoperta di nuove parole – come “mayak”, che in ceco significa faro – e si sia infine consolidata con una colazione condivisa con un piatto turco a base di uova, formaggio, olive e pomodori!”


Forti di quest’iniziativa dedicata alla multiculturalità, dopo due giorni in ostello San Vincenzo per conoscersi, sabato 6 Luglio un nuovo gruppo internazionale ha preso il largo per fare un’esperienza simile. Il progetto Erasmus +KAI “Sailing Exchanges”, è durato in totale una settimana ed è stato possibile grazie al cofinanziamento dell’Unione Europea e alla collaborazione de I Tetragonauti con l’ente capofila francese Cap à Cité e lo spagnolo La Vibria Intercultural.


Ogni associazione ha selezionato dal paese d’origine nove adolescenti, per un totale di 27 ragazzi dai 13 ai 17 anni, italiani, francesi e spagnoli… ma non solo! Grazie alla solidarietà delle altre famiglie dei ragazzi iscritti, nel gruppo italiano erano infatti presenti anche due minori non accompagnati che vivono in comunità originari dell’India e dell’Egitto! I partecipanti si sono imbarcati su tre diverse barche a vela, ma i membri dei tre equipaggi si sono alternati a rotazione cambiando imbarcazione di giorno in giorno. Agnese, l’educatrice a bordo, ne spiega il motivo:
Così facendo tutti hanno avuto la possibilità di entrare in contatto con tutti e passare del tempo con coetanei di nazionalità diverse. Ogni barca è diventata ogni giorno ‘una piccola Unione Europea’, dove si cercava una lingua comune per comunicare e si aveva modo di conoscere attraverso il cibo e le canzoni tradizionali il Paese dei compagni di viaggio”.


Ancora una volta, nel corso dei giorni trascorsi in mare, i ragazzi e le ragazze a bordo si sono confrontati con i coetanei provenienti da nazioni diverse, decostruendo stereotipi e discriminazioni, scoprendo come la libertà del mare aiuta ad esplorare nuovi modi di pensare e di relazionarsi e trasformando l’atto di navigare in un viaggio verso l’inclusione e l’armonia tra le diverse culture!


Libere dal cibo e #disancorate in barca a vela!
Perché metto l’olio? Perché mangio la pasta?”


Potrebbero sembrare domande scontate, ma sono domande che per una ragazza che soffre di disturbi del comportamento alimentare possono significare molto. Inizia così il racconto del progetto #disancorate sui canali social dell’associazione Food For Mind, con cui dal 7 al 9 giugno abbiamo organizzato una navigazione in barca a vela per alcune ragazze con diagnosi di disturbo alimentare.
Emanuela Apicella, psichiatra e membro del team multidisciplinare che ha immaginato e realizzato il progetto assieme a I Tetragonauti, racconta che la proposta voleva essere un modo per coinvolgere le ragazze in un contesto di cura fuori dall’ordinario. Per lei, la psicoterapeuta e la nutrizionista presenti a bordo, abituate a incontrare le ragazze/pazienti in ambulatorio, la barca e il mare hanno rappresentato un setting ricco e stimolante, dove per le pazienti è stato possibile stringere legami e indurre riflessioni per lo sviluppo di una consapevolezza rispetto al rapporto con il proprio corpo.
“Ci siamo messe tutte in costume e quasi tutte abbiamo fatto il bagno, ma soprattutto abbiamo cucinato insieme e abbiamo mangiato in un clima di grande leggerezza. È stata una cosa che mi ha stupito e mi ha davvero sconvolto positivamente, perché con le colleghe all’inizio pensavamo che ci sarebbe stata una grande difficoltà rispetto al cibo. Invece alcune ragazze hanno detto che il momento dei pasti era sembrato loro quasi una festa e che avrebbero apprezzato che anche a casa con la famiglia mangiare potesse avvenire in un momento di così tanta allegria.”
Fuori dalle dinamiche della quotidianità, i due giorni in barca a vela si sono rivelati essere una circostanza di profondo valore umano e affettivo, sia per le pazienti, che per le terapeute.
Il tempo in barca a vela si dilata e un weekend mi è sembrato in realtà essere molto più lungo, ho imparato così tante cose che sono tornata a casa rincuorata! Per le ragazze, poi, svegliarsi la mattina e avere a che fare con questo cibo maneggiato, consumato e addirittura gustato assieme agli altri, anche insieme ai terapeuti, in un contesto così diverso, è stato sicuramente molto significativo. È stata un’esperienza di una potenza così forte che può superare un anno di terapia in studio.”
Se a casa, per queste ragazze, il cibo è spesso solo “cibo ‘cattivo’, olio, grassi e calorie che fanno ingrassare” in barca – racconta la dottoressa Apicella – il cibo è diventato legame e condivisione. Alcune di loro si sono anche rincontrate a Milano, dopo la fine del progetto, perché per la prima volta forse si sono trovate ad essere finalmente libere, seppur disancorate.
Il disturbo mentale in generale e il disturbo del comportamento alimentare nello specifico permettono il verificarsi di una condizione cui si ci sente un po’ dissociate dalla realtà, un po’ disancorate, appunto. Sono molti i momenti in cui queste ragazze possono sentirsi disancorate, in maniera negativa, nelle onde del mare tempestoso della vita,” spiega la dottoressa.

Il titolo del progetto, #disancorate, nasce invece dal desiderio del team di Food for Mind e de I Tetragonauti di dare finalmente un’accezione positiva a questo termine, incentivando le pazienti a mollare gli ormeggi pesanti che le lasciano paralizzate, accogliere la libertà e andare dove desiderano, con il timone saldo tra le mani e lo sguardo all’orizzonte. #Disancorate è stato un progetto finalizzato alla creazione di legami senza lacci che stringono, per curarsi e avere cura.
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Il mare dove inizia? Un progetto con One Ocean Foundation

Queste è una delle domande a cui le ragazze del laboratorio giovani di Rozzano hanno cercato di rispondere su Lady Lauren. Salite a bordo dal 20 al 26 Giugno grazie al sostegno di One Ocean Foundation e alla collaborazione con Fondazione Don Gino Rigoldi, le otto “LadieSailors” – così hanno deciso di chiamarsi – si sono messe alla prova riflettendo su sé stesse e sul proprio ruolo nel mondo.
Agnese, una delle nostre educatrici a bordo, ci ha riportato le reazioni delle nostre naviganti quando ha iniziato a parlare loro di rifiuti e riciclo. Alcune ragazze le hanno raccontato che a Rozzano, da dove provenivano, di solito non fanno la raccolta differenziata, “mettono tutto in unico sacco, perché è più semplice”. Altre ragazze, invece, si sono chieste come una piccola goccia possa fare la differenza in mezzo ad un mare di rifiuti.
È difficile immaginare che un mozzicone di sigaretta gettato in un tombino a Rozzano possa avere delle ripercussioni sul mare in cui stavamo navigando. – spiega Agnese – Inizialmente erano un po’ incredule, mi chiedevamo ‘ma quindi il mare inizia dai tombini di Rozzano? E le nostre azioni possono davvero cambiare qualcosa?’”
Tuttavia, parlare del riutilizzo e del riciclo le ha fatte riflettere e alla fine dell’esperienza le Ladie Sailors sembravano più convinte della loro impronta nel mondo. Mano a mano che navigavano sono state le stesse Ladie Sailors che hanno iniziato a scorgere un bel po’ di plastica in mare e, indignate, hanno chiesto di cambiare rotta per poterla raccogliere con il retino.
“Ma come facciamo a spiegare l’importanza di queste cose ai nostri genitori?” si chiedevano ancora le ragazze a bordo.
Grazie ai video ed i dépliant di One Ocean Foundation, che ha permesso lo svolgersi dell’iniziativa, questa trasmissione di conoscenze per Agnese è sembrata essere più semplice.
Ognuna di loro si è portata a casa la Charta Smeralda, c’è chi ha detto che l’attaccherà sul frigo di casa e chi addirittura vuole portarla all’esame per parlarne con la professoressa di scienze. Forse è proprio questo il passo fondamentale che guida la nostra missione: coinvolgere le nuove generazioni, dare un ruolo ed un’importanza ad ognuno di loro, fargli capire che il futuro è davvero nelle loro mani, nelle loro scelte.”

Buon Vento! Un nuovo progetto in partenariato per educare per mare
È iniziato i primi di maggio il progetto “Buon Vento”, parzialmente finanziato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali per attività educative e di formazione rivolte a minori con disabilità cognitiva o motoria o giovani provenienti dal circuito penale minorile. Il progetto, che avrà durata di 18 mesi, ci vedrà coinvolti come capofila a fianco di altri sette enti partner:
- l’Associazione Scugnizzi a vela ODV (di Napoli),
- Salpiamo APS-ETS (di Taranto),
- l’Unione Italiana vela solidale APS – ETS (di Frascati),
- Gv3 – A Gonfie Vele verso la vita – APS SD – ETS (di Brindisi)
- il Centro Koros APS-ETS (di Catania),
- l’Associazione Banco Alimentare Toscana DV – ETS,
- La Nave di Carta APS (di La Spezia).
Le attività programmate da I Tetragonauti APS saranno di varia natura e suddivise all’interno di un modulo breve, un modulo medio e un modulo lungo di navigazione. In totale, saranno organizzati in un anno 13 incontri pre imbarco, 24 post imbarco e quasi 130 giorni di navigazione. Un totale di 46 ragazze e ragazzi beneficerà dell’esperienza proposta.
Tra le attività più complesse, un periodo di navigazione di 100 giorni permetterà a otto minori che si trovano in situazioni di fragilità e povertà educativa di intraprendere un percorso di crescita individuale. Durante 10 giorni, verranno inoltre accompagnati nell’esperienza della vita comunitaria in barca da 4 persone affette da disabilità.
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Buon Vento! Un nuovo progetto in partenariato per educare per mare
È iniziato i primi di maggio il progetto “Buon Vento”, parzialmente finanziato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali per attività educative e di formazione rivolte a minori con disabilità cognitiva o motoria o giovani provenienti dal circuito penale minorile. Il progetto, che avrà durata di 18 mesi, ci vedrà coinvolti come capofila a fianco di altri sette enti partner:
- l’Associazione Scugnizzi a vela ODV (di Napoli),
- Salpiamo APS-ETS (di Taranto),
- l’Unione Italiana vela solidale APS – ETS (di Frascati),
- Gv3 – A Gonfie Vele verso la vita – APS SD – ETS (di Brindisi)
- il Centro Koros APS-ETS (di Catania),
- l’Associazione Banco Alimentare Toscana DV – ETS,
- La Nave di Carta APS (di La Spezia).
Le attività programmate da I Tetragonauti APS saranno di varia natura e suddivise all’interno di un modulo breve, un modulo medio e un modulo lungo di navigazione. In totale, saranno organizzati in un anno 13 incontri pre imbarco, 24 post imbarco e quasi 130 giorni di navigazione. Un totale di 46 ragazze e ragazzi beneficerà dell’esperienza proposta.
Tra le attività più complesse, un periodo di navigazione di 100 giorni permetterà a otto minori che si trovano in situazioni di fragilità e povertà educativa di intraprendere un percorso di crescita individuale. Durante 10 giorni, verranno inoltre accompagnati nell’esperienza della vita comunitaria in barca da 4 persone affette da disabilità.
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Adolescenti e Pandemia. Come “A scuola per mare” si sta adattando alle nuove esigenze dei giovani
Nuove fragilità, nuovi bisogni. Anche il progetto “A Scuola per Mare” avverte il cambiamento che sta interessando gli adolescenti reduci dal biennio di isolamento sociale obbligato e di prolungata didattica a distanza. L’esperienza del modulo primaverile ha messo in evidenza una serie di particolari fragilità dei ragazzi esplose durante il periodo di navigazione. Un contesto nuovo che richiama la necessità di re-orientare l’offerta educativa del progetto per meglio rispondere alle esigenze che sono emerse.
Ne abbiamo parlato con Gabriele Gaudenzi, responsabile di A Scuola per Mare?
Qual è la realtà che avete incontrato in barca?
Ci stiamo confrontando con un mondo che non è quello pre pandemia, che non è quello del 2018 quando abbiamo scritto il nostro progetto. Ovviamente non è una valutazione solo nostra, è ciò che ha constatato la generalità degli attori – penso alle realtà del Terzo Settore ma anche alle istituzioni pubbliche – che hanno la mission di lavorare con i ragazzi. Ci si trova di fronte persone che portano i segni di una dimensione di fatica e sofferenza diversa da quella che era solo tre anni fa.
Qual è stato il momento più difficile durante l’ultima navigazione?
La gestione del gruppo è stata complessa praticamente sin dalla fase di avvio. Di momenti difficili purtroppo ce ne sono stati diversi. In generale possiamo dire che abbiamo avvertito subito quanto i ragazzi facessero fatica a stare in equilibrio. Abbiamo assistito a crisi di rabbia, autolesionismo. Per fortuna non ci sono state situazioni gravi, ma non è stato semplice affrontare nel migliore dei modi questi scoppi di violenza.
C’è una relazione tra queste situazioni di disagio e l’esperienza della Pandemia?
Non ho elementi scientifici, ovviamente, per stabilire un rapporto diretto di causa-effetto tra la Pandemia e la situazione dei ragazzi. Certo, credo che il contesto abbia in generale amplificato il disagio e la sofferenza. Qualcosa evidentemente è cambiato e anche noi, come educatori, abbiamo la responsabilità di attrezzarci nel migliore dei modi per affrontare questa realtà.
Cosa è possibile fare per far sì che il progetto affronti in modo efficace la nuova situazione?
Intanto, vorrei sottolineare quanto il radicamento del progetto in cinque diverse regioni, sia stato uno strumento utile alla lettura del periodo che stiamo attraversando. Abbiamo compreso che i problemi e le difficoltà dei ragazzi sono comuni a tutti territori in cui operiamo, dal Nord al Sud. Quale la direzione in cui riorientare il progetto? Stiamo lavorando per potenziare la presenza educativa. Nelle settimane appena trascorse ci siamo trovati a dover gestire situazioni nuove, ad esempio la necessità da parte di alcuni ragazzi di assumere quotidiane terapie per il controllo dell’umore oppure tutte le problematiche connesse ad un uso importante di sostanze stupefacenti o alcol. Come educatori ci siamo rimboccati le maniche, abbiamo cercato di acquisire ulteriori competenze ed esperienze; ci sarà un ancora maggiore coinvolgimento sia all’interno del progetto che con i servizi di provenienza dei ragazzi, di professionalità specifiche (pedagogisti, psicoterapeuti, counselor) proprio per garantire una completezza di risposte che sia la più efficace possibile per affrontare le singole difficoltà.
Il tema quindi è fornire agli educatori nuove competenze?
Gli educatori devono acquisire competenze ma anche più semplicemente esperienza. Non è pensabile che gli educatori diventino tuttologi, ma la loro professionalità può certo arricchirsi. E’ importante rendersi conto che talvolta non è sufficiente un intervento educativo per affrontare fragilità psicologiche che possono avere un’origine profonda e complessa ed allora è bene avere l’umiltà di chiedere appoggio e collaborazione a figure professionali specifiche. Non è un caso se alcune attività del progetto stanno acquisendo un peso via via maggiore, penso ad esempio al percorso sulla narrazione iniziato con Bianca Borriello e Stefano D’Andrea, o agli interventi sulla comunicazione emotiva della pedagogista Nicoletta Sensi, che ci segue da molti anni e ci ha aiutato nella stessa scrittura del progetto. Ci aiuta molto anche lavorare in rapporto strettissimo con i servizi invianti che hanno in carico i ragazzi. E poi c’è l’équipe educativa, composta non solo degli operatori di bordo ma anche da quelli di terra afferenti ai diversi partner territoriali, tra i quali, per fortuna, possiamo contare su competenze diverse e molto forti: psicologi, counselor, insegnanti, …. Tra queste , molto preziosa nell’ultimo modulo è la figura di psicoterapeuta Francesca Andreozzi, non a caso più presente a bordo negli ultimi mesi rispetto al passato, che stiamo valutando di attivare come figura fissa di psicoterapeuta di bordo nelle situazioni in cui è necessario un intervento maggiore.
Tiriamo le somme per i ragazzi che hanno completato la navigazione?
Ognuno di loro ha vissuto l’esperienza dei 100 giorni in mare con modalità diverse, devo dire che abbiamo ottenuto per tutti dei risultati interessanti. E ritengo che ognuno di loro oggi, al termine del viaggio, sia molto più consapevole di sé e abbia molti più strumenti per riorientare il proprio futuro. Non è stata un’esperienza semplice, per loro è stata però l’occasione per guardarsi dentro, scoprire parti di sé che non conoscevano e credo che da qui si debba partire per proseguire il lavoro a terra che è parte fondamentale del nostro progetto.
E quelli che hanno lasciato prima dei cento giorni?
I ragazzi che hanno abbandonato la navigazione sono tuttora seguiti dagli educatori nei territori. Abbiamo interrotto la relazione solo con uno di loro perché, d’accordo con lui, la famiglia e i servizi invianti, si è valutato un percorso diverso.
E’ possibile un primo parziale bilancio dell’attività educativa?
I risultati, fino ad ora, sono stati positivi. Devo dire che noi, in barca, abbiamo fatto un pezzo, ma non posso non evidenziare il lavoro nel pre e post navigazione, svolto dagli educatori territoriali che hanno accompagnato i ragazzi anche molto oltre i termini stabiliti dal progetto. I feedback che ci stanno arrivando sono incoraggianti, un quadro più sistematico ce lo avremo quando sarà ultimato il lavoro in corso per la valutazione di impatto a medio-lungo termine che fa capo all’Università di Sassari.
info@itetragonauti.it – Facebook – Instagram
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I Tetragonauti e A scuola per mare aderiscono a Settimana Viva!
Quali sono i segnali che indicano quando una persona si trova in uno stato di sospetto arresto cardiaco? Come posso soccorrerla? Come effettuare la rianimazione cardiopolmonare e come utilizzare il defibrillatore?
Sono solo alcuni dei quesiti su cui si focalizzerà il corso di primo soccorso che Daniela Carmignani, operatore di IRC (Italian Resuscitation Council) terrà ai ragazzi del modulo autunnale di A Scuola per Mare. Tre giorni di full immersion – dal 13 al 16 ottobre – che cadono in concomitanza con la Viva!, la Settimana per la Rianimazione Cardiopolmonare. IRC è una associazione scientifica senza scopo di lucro che conduce da anni un’intensa opera di formazione sotto l’egida dell’European Resuscitation Council (ERC).
L’esperienza a bordo di Lady Lauren viene riproposta sulla scorta dei positivi riscontri ottenuti in primavera con il precedente gruppo di ragazzi. “L’obiettivo – spiega Daniela, da molti anni volontaria dell’Aps I Tetragonauti – è trasmettere loro le competenze di base necessarie in un’eventuale situazione di emergenza”. Daniela si imbarcherà mercoledì 13 ottobre a La Spezia, poi la navigazione verso Livorno e l’Isola d’Elba.
Il tema è di particolare rilievo. Ogni anno in Europa 400.000 persone sono colpite da arresto cardiaco improvviso: molte di queste potrebbero essere salvate se chi è loro vicino fosse in grado di soccorrerle tempestivamente con manovre semplici da eseguire. Per questo motivo, il 14 giugno 2012 il Parlamento europeo ha invitato gli Stati membri a realizzare iniziative che aiutino tutti i cittadini e gli operatori sanitari a saperne di più su come soccorre una persona che abbia un arresto cardiaco improvviso. Da allora è stato istituito un giorno dedicato alla Rianimazione Cardiopolmonare che cade ogni 16 ottobre e Viva! è la settimana che lo contiene.
Ognuno di noi può salvare una vita. Il messaggio è stato rafforzato dalla legge sui defibrillatori automatici esterni (DAE) approvata lo scorso 28 luglio che, tra le principali novità, prevede l’obbligo dell’introduzione a scuola dell’insegnamento delle manovre di rianimazione cardiopolmonare, l’obbligo per le società sportive professionistiche e dilettantistiche di dotarsi di defibrillatori, uno stanziamento di 10 milioni di euro per la diffusione nei prossimi cinque anni dei DAE in luoghi molto frequentati come aeroporti, stazioni ferroviarie, porti, scuole e università e sui mezzi di trasporto (aerei, treni, navi).
Formare gli operatori sanitari ma anche le persone comuni è fondamentale: se una persona in arresto cardiaco viene soccorso entro due minuti, la sua probabilità di sopravvivenza raddoppia o triplica.
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